" Scrivere bene significa pensare bene
e di qui ci vuole poco per arrivare
ad agire bene"

thomas mann

TEATRO DI ROMA, accendiamo i fuochi

La rivolta contro la nomina di De Fusco alla direzione del Teatro di Roma ha permesso di ricomporre il variegato mondo artistico rimettendo in fila le questioni strutturali già poste al tempo dell’occupazione del Globe, che trovano peraltro conferma nell’inchiesta pubblicata oggi su fanpage, che accende un faro sulla scandalosa gestione in cui il TdR versa da anni, sia dal punto di vista culturale che lavorativo.

La politica culturale sta mostrando la corda, e Roma è il sintomo più evidente del livello più basso raggiunto, e del divario abissale tra la spartizione di poltrone dorate e la deriva a cui è lasciatə chi fa davvero teatro contemporaneo, ovvero ricerca, sperimentazione, proposta al pubblico e condivisione, educazione allo sguardo e approfondimento, dando senso e significato alla funzione del teatro che, tanto più nell’ambito di un tema sempre più urgente come quello del reddito minimo, trasforma un sistema basato sullo sfruttamento indicando quanto lavoro e ricerca non possano essere finalizzati al profitto.

Tema che non riguarda certo solo gli artistə, perché accomuna il mondo del lavoro ponendo una questione di fondo, ovvero che il lavoro deve tornare a nobilitare l’essere umano per la sua capacità di creatività manuale e mentale, per la sua capacità di dedizione e di applicazione che non si misura mai guardando l’orologio, per la sua capacità di ricercare, approfondire, senza mai smettere di imparare, per la capacità di condividere e trasmettere conoscenze, e non certo per i sacrifici per portare i soldi a casa facendosi sfruttare.

Elementi tutti che si tengono insieme restituendo valore al senso di comunità, che diversamente oggi sembra impossibile da rintracciare ovunque, che è intelligenza collettiva, vitalità, pensiero critico, confronto, comunicazione. Un lembo di civiltà ancora in vita dove è possibile aggrapparsi per non scivolare nella barbarie incombente.

Nella più totale impotenza quando non complicità spazi capaci di lavorare in questa direzione sono stati sgomberati o sono tuttora a rischio sgombero: cominciando dal Teatro Valle occupato nel 2011 all’indomani della vittoria del referendum sull’acqua pubblica e sgomberato nel 2014 nonostante la fucina di condivisione creata in tre anni, attraversati da tantissimi artistə venutə da tutto il paese oltreché internazionali. Ma non è stato da meno il Rialto occupato o l’ex Cinema Palazzo, così come non lo è l’Angelo Mai, per fortuna ancora vivo, sgomberato dallo storico palazzo del rione Monti fino alla assegnazione sempre a rischio a Caracalla, comunque penalizzato dalla chiusura della parte ristoro, e ancora Spin Time labs – occupazione abitativa anch’essa ora a rischio sgombero – che ha saputo creare uno spazio teatrale di tutto rispetto, gestito attraverso le residenze e la restituzione al pubblico della creazione artistica a supporto dell’occupazione. Come lo è stato l’Astra nel territorio del III Municipio, ennesimo cinema dismesso trasformato dagli occupanti in teatro e laboratorio di ricerca artistica, come lo è stato l’ex Lavanderia, padiglione 31 dell’ex manicomio, altro luogo di sperimentazione artistica all’interno della battaglia per la trasformazione del S. Maria della Pietà in un centro multiculturale insieme alla riabilitazione dell’Ostello per la gioventù, aperto per il giubileo del 2000 e rapidamente dismesso, con solito spreco di soldi pubblici.

Non si può gridare allo scandalo per lo scippo della gestione della cultura a Roma quando si è i primi a lasciare che le esperienze che la rendono vitale siano spazzate via a colpi di burocrazia amministrativa e prefettizia: la debolezza compromissioria del Comune è intollerabile.

Il metro di misura è il profitto? L’esempio sono i cinema che hanno finito per essere chiusi a fronte dell’esperienza del piccolo America, che guarda caso riceve 250mila euro in assegnazione diretta dal Comune stesso.

Due pesi e due misure, visto che l’intero comparto è assoggettato per lo più ai bandi, mole di ore di lavoro aggratis per fare una scommessa, o vincendola perché ci si assoggetta alla richiesta di celebrazione di centenari e ricorrenze, o ai temi dettati dalle istituzioni che li aprono. Con il risultato, in ogni caso di alimentare un eventificio che non tiene minimamente conto del lavoro, non solo come detto relativo alla scrittura della proposta progettuale e alla mole di documenti da produrre, ma anche – e qui torniamo al punto – al lavoro di ricerca, elaborazione, prove, fino alla messa in scena, che peraltro potrebbe essere semplicemente una tappa che, anche attraverso il riscontro col pubblico, riprende il percorso per un nuovo approfondimento, ulteriore ricerca, nuova elaborazione.

Non solo così funziona la ricerca, ma questa dinamica porta in sé il nodo centrale: l’urgenza di un rovesciamento di paradigma del sistema, rimettendo al centro l’essere umano e non il profitto.

Quello che dovremmo fare è perciò dare vita ad una pratica che corrisponda a questo cambiamento: fare noi il cartellone dei teatri coinvolti nella fondazione, Argentina, India, Torlonia e Valle quando finiranno i lavori, un programma basato per l’appunto sulle residenze, sui temi su cui stiamo lavorando, sugli spazi di incubazione e su quelli di presentazione al pubblico.

Che significa riprendere in mano l’AmMappa! partorita al Globe e pretendere le assegnazioni e il sostegno finanziario, unitamente a quello per chi lavora, artistə e tecnicə, ovvero non quel reddito di discontinuità che il governo ha avuto la faccia di proporre, ma un vero reddito minimo.

Che ci mette in connessione con tutto il mondo del lavoro precarizzato. E’ ora di dare vita ad una nostra organizzazione, concepita come già facemmo attraverso gruppi di lavoro per dare corpo ad una vera alternativa.

 

 

 

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