" Scrivere bene significa pensare bene
e di qui ci vuole poco per arrivare
ad agire bene"

thomas mann

GIULIA, la strada da fare

Stamattina si stanno tenendo a Padova i funerali di Giulia Cecchettin, trasformati dal padre Gino e dalla sorella Elena in un momento politico collettivo per il quale siamo loro immensamente gratə, dal momento che le parole pubbliche che sentiamo sembrano uscire da un passato ancora troppo presente.

“Il patriarcato non esiste più da 200 anni!”, “il patriarcato? vi sembra che esista una famiglia tenuta dal pugno di ferro di un padre-padrone?”, “il patriarcato! non si può ricondurre qualsiasi cosa riguardi le donne a questo!”… sono solo alcune delle tante, troppe, ignoranti dichiarazioni di uomini pubblici, alcuni dei quali peraltro saliti agli onori delle cronache per i loro giudizi misogini.

Dichiarazioni che ci dicono quanto ancora non si è capito neanche cosa si contesta, o viceversa si tratta come un isteria collettiva l’idea che ci sia una “radice di tutti i mali”, che è la tipica precondizione – molto mascolina – per autoassolversi.

Del resto la nostra esperienza di donne ci dice quanto gli uomini si autogiudichino generalmente “tanto bravi” da non poter ammettere di portare in sé il germe della violenza, che infatti scatta inconsulta non appena quella “bravura” non è ripagata come si aspettano. Con buona pace del gesto gratuito, sostanza dell’amore.

E’ così che sono state uccise le “ultime” 109 donne, nell’arco di 10 mesi, di cui 90 in ambito familiare affettivo: 58 da partner o ex partner. L’Osservatorio Nazionale femminicidi lesbicidi trans*cidi di Non una di meno – aggiornato al 25 novembre – ne ha contate in totale 110: «94 femminicidi, 1 transcidio, 9 suicidi e 6 morti in fase di accertamento» indotti o sospetti indotti da violenza e odio frutto della cultura patriarcale.

Un dato a cui tengo particolarmente, e non a caso ho scelto di portare in scena la vita – e la morte – di Marilyn Monroe con il mio “Marilyn’blues“, per denunciare la violenza psicologica, la coartazione, l’oppressione morale che subiscono le donne, prima ancora del femminicidio, o che le porta al suicidio. Nel caso di Marilyn, a verità storica non accertata io oppongo la verità dei fatti, la verità morale, che non può che farci dire che è comunque un femminicidio.

E ci tengo particolarmente proprio per lo stigma di “bomba sexy” con cui è liquidata, che fa il paio con il “com’eri vestita”, “te la sei cercata” ecc ecc che ancora in tanti, supportati dal linguaggio dei media mainstream, continuano a sostenere. Cosa è cambiato dai tempi delle “foto sul calendario” con cui fu messa la croce addosso a Marilyn dai media alle major, stuprandola con le parole e i giudizi? Nulla.

Ed è qui che casca l’asino, perché ad ogni femminicidio il governo inasprisce le pene, i canali tv sono inondati dei numeri della polizia di stato, del 1522, di pubblicità la cui parola chiave è “denuncia”, come se la prevenzione stesse nell’intervento a “reato in essere”. Un attimo prima che succeda eccoci. Che si rivela generalmente intervento a violenza già avvenuta. E intanto si tagliano i fondi alla prevenzione vera: solo il 12 per cento dei fondi tra il 2020 e 2023 – in totale 248,8 milioni di euro – sono stati destinati infatti alla prevenzione, secondo l’ultimo rapporto di Action Aid “Prevenzione sottocosto”, quella operata dai CAV, dalle Case di Fuga, dalle Case Rifugio, e da tutti i luoghi che permettono alle donne di non sentirsi sole, consentendo loro di parlare di quello che preso al sorgere è un semplice “disagio”, la spia del maltrattamento, e di intervenire ben prima che la cosa peggiori.

Il primo principio della prevenzione. Che è anche, contemporaneamente, la costruzione collettiva di percorsi di autonomia, per sostenere l’empowerment e spianare la strada alla realizzazione della propria libertà, vera possibilità di stabilire relazioni sane. Ma qui, però, è ora che gli uomini stessi prendano parola, liberandosi loro per primi dalla gabbia dei propri privilegi, il grimaldello della stupro del potere. Li aspetta qualcosa che non hanno mai, questo sì, avuto il privilegio di respirare: la libertà condivisa.

L’azione sulla cause che producono la violenza rimane, per i governi, una “questione privata”, mentre noi tutte operando negli spazi aperti per le donne continuiamo a ricondurla a una questione pubblica e politica, che riguarda tuttə. Oggi Elena e Gino tracciano la linea di demarcazione. Per Giulia: “non trattatela mai più come una questione privata, perché ci riguarda tuttə”.

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